Non cercate Montaignebourg. Non cercatela sulle carte geografiche, non cercatala nei libri o in rete e neppure nelle guide. O capita sulla vostra strada e lungo il vostro cammino o non la trovate. È così. Sicuramente è proprio la vostra città, quella che va bene per voi. Pensate al più bel posto che avete visto o immaginato, quello nel quale sognate di trasferirvi per vivere bene, in amiciazia e serenità: ecco Montaignebourg. Io la chiamo così. Ci vado ormai di frequente a trovare i vecchi amici e ho fatto anche l’abitudine al viaggio: un percorso che non è faticoso, ma neppure facile; capita sì e capita no.
* * *
Ricordo il primo viaggio, lo ricordo bene. La spiaggia di Saint Anne in Martinica, un tappeto bianco di sabbia incipriata dal vento e dal mare, le onde che battono e non conoscono alcuna fatica, le nubi scivolano via per dare un po’ di sollievo e la vegetazione tropicale offre ristoro.
Nessuno a perdita d’occhio, un libro in mano, i … sì, i Saggi di Michel De Montaigne: una Bibbia per me. Quale saggio? Ma sì, quello sull’amicizia, il capolavoro dei capolavori. Sono partito da lì.
Succede a tutti: quando chiudi gli occhi per prendere sollievo dal sole pieno, la luce si accresce e si diffonde oltre le palpebre. C’è come una sorta di diffusione interiore, una magia che svela lo spazio-tempo e te lo fa percepire per un attimo, ti curva per effetto di una energia sostanziosa e vitale che potrebbe portarti fino alla stelle. Una mano invisibile ti toglie il velo delle apparenze banali e lì incontri come un’aura alla quale ti senti legato per sempre, cammini leggero, respiri profondo e vai a colpo sicuro, una energia positiva muove tutte le cose e ti fa star bene.
Il viaggio è partito così.
Montaignebourg è una comunità alloggiata nella piatta di una grande pianura fatta di orizzonti lontani, limitata da montagne velate di luce e sempre scintillanti di neve. Il clima è quello della primavera senza capricci. Il borgo, il nome è davvero appropriato, è un po’ all’antica e non si fa ammirare per il suo impianto urbano o per i suoi palazzi e manufatti architettonici. Anzi è semplice e offre un’immediata ospitalità: sembra di ritornare a casa. Se non è un giardino dell’Eden, tuttavia le ville, immerse nel verde, fa piacere guardarle e ti invitano ad entrare, salutare gli ospiti, rilassarti e far chiacchiere. E qui il bello è che le chiacchiere non finiscono mai. Traffico non ce n’è, tutti vanno a piedi e la regola è perdere tempo. Anche la popolazione in quantità e qualità è del tutto mutevole. La caratteristica di Montaignebourg, la sua magia, è che la popolazione cambia a seconda del visitatore; incontri solo le persone che ti conoscono e che hai conosciuto. Un universo chiuso.
Ma c’è come una luce, diciamo pure un’ “aura” che pesa sulla città, la pervade e quasi la schiaccia. Ti fa camminare leggero e veloce; respiri largo e profondo come non ti capita quasi mai; ti guida senza fatica e senza problemi vai alla meta a colpo sicuro.
Io ci sono andato per incontrare Felipe (per me, da sempre “Fil”), mio convivente del lungo soggiorno parigino di una eternità di anni fa. Non lo vedo da anni e ci siamo persi di vista travolti dai quanti di realtà e da tutte le particelle che ci portano in giro. È stata, in quegli anni fantastici, la più lunga convivenza in un bilocale di rue Brancion, terzo piano senza ascensore, cucina e bagno approssimativi, mobilio improvvisato come capita a tutti gli studenti che vivono la grande avventura dell’Ecole Pratique des Hautes Etudees.
Naturalmente anche Felipe, come me, era, in allora, un “provvisorio” (noi ci chiamavamo così). Libri, studio, biblioteca, lezioni, discussioni e lavori saltuari. Un ipernutrimento culturale ed educativo, un lavoro di Sisifo che finiva nella conversazioni al bar dove ogni sera si demoliva tutto quello che si imparava di giorno. Un quotidianità così densa, una socialità tanto esclusiva che poi non mi è più capitato di vivere.
C’è una vera folla di amici che mi sono fatto in quegli anni, poi persi di vista ai quattro lati del mondo. Qualcuno a coso lo ho ramazzato su Facebook: sorpresa, saluti, ricordi, poi più niente. Ma con Felipe è andata diversamente, la nostra convivenza di un anno e più ha fatto amicizia vera e ci ha tenuti reciprocamente legati anche nel silenzio e nella diaspora.
Felipe, argentino, aristocratico per cultura, hidalgo per carattere, poliglotta per talento, è un logico matematico sulle tracce di …. che ha concluso la sua vicenda universitaria con una bella tessi di dottorato sul “paradosso” della quale non ho cercato di capire alcunché. Poi Felipe si è dato al giornalismo, all’arte della traduzione e al piacere della scrittura. A parte le donne, gli amici, il supermarket per pasti frugali, i turni nell’attività culinaria, quel che ci ha tenuto insieme a fare le notti è stato Michel de Montaigne. Per entrambi è divenuta un Bibbia e una speranza di guida interiore. E per questo forse ora Fil ha scelto Montaignebourg.
Ora sta in una bella villetta che può suscitare invidia. Tutta vetri sul giardino, incredibilmente pulita e ordinata. I tempi cambiano per tutti e … addio boheme! C’è un bel patio alla moda spagnola, amaca e tavoli di lavoro carichi di libri; aria pulita, fresca, frizzante …
“Ciao Fil!”
“Roberto! ma davvero sei tu? Che piacere, quanto tempo, ma che piacere, davvero. Viene qua, vecchio mio!”. Un forte abbraccio, lungo, come tutti quelli che vengono non dalla testa, ma da cuore.
“Caro, carissimo Fil, fatti guardare …”
“Ma che bello, eccoti qui. Non dico che ti aspettavo, ma … ieri con gli amici parlavamo giusto di te”.
“Ma certo, scusami. Qui ci vengo di rado, però … eccomi qua. Avevo proprio voglia di vederti. Come stai? Che fai di bello? … e pensare, ne abbiamo viste tante insieme …Che bella casa!”
“qui si sta bene e io non potrei stare meglio. La casa è bella: te lo ricordi? È quella che ho sognato per tutta la vita: luce e luce, libri e libri, silenzio. Un’ottima sistemazione davvero; poi gli amici a portata di mano. Tutti i servizi … E quanto al lavoro: meglio ancora. Non devo più correre, tutte le spese coperte, anticipi e soddisfazioni. Te lo dico subito. Proprio oggi ho cominciato una nuova sfida: Mantaigne, I Saggi …”
“ma dai! Stai traducendo Montaigne? Incredibile, davvero incredibile!”
“Ma sì, ti rocordi? Ci passavamo le notti, la nostra Bibbia; e adesso che lo ho ripreso in mano: un gigante, davvero un gigante, un guida sicura e … un amico, un grande amico. Qui va molto di moda e se ne parla. Ieri ne parlavamo con Carlo e Danilo. Perlavamo anche di te e della nostra convivenza in rue Brancion …”
“Ma perché, tu conoscia Danilo? Danilo Alberti?”
“Ma sì, qui ci conosciamo tutti. Si fanno chiacchiere dal mattino alla sera. Si parla degli amici, della visite e dei visitatori, e parliamo di te. Anche Nino si ricordava benissimo dei vostri trascorsi in Università, e anche …”
“Nino Recupero? …”
“Ma certo. E anche Alceo si è trasferito qui. Non sta molto lontano; vuoi che andiamo a trovarlo? Ammesso che non abbia gente: è sempre pieno di ospiti. Come me, come tutti del resto. Dove vuoi andare a star meglio di qui. Il clima è fantastico, la socialità eccellente, quiete, ordine pubblico, cultura e benessere. Del resto se già ci sei stato, ti sarai reso conto. Insomma non ci sono problemi, c’è solo … c’è solo amicizia: ecco il nostro Montaigne, il suo gusto per la vita e la vita come un’opera d’arte, un capolavoro. Stando qui davvero lo capisci. Ne parlavo proprio con Edoardo; anche lui si ricordava di te a Messina e poi a Parigi. Mi diceva, pensa un po’, che tu gli raccontavi della nostra notti a lavorare su Montaigne. Ha una grande ammirazione per te. Direi che ti vuole veramente bene”
“Edoardo Menenchini? Ma dai! Pensa che me lo ero dimenticato … Ma tu lo conoscevi? Quanti anni! Bisogna proprio che vada a trovarlo. Magari lo andiamo a trovare insieme. Qui devo venire più spesso, ma sai il viaggio … il tempo”
“Non ti affannare, qui c’è sempre tempo. Stiamo bene. È la regola di Montaignebourg, l’unica regola: stare bene e tranquilli, rilassati, lavorare con gioia, accogliere gli ospiti e farsi qualche bella risata. Siamo tutti amici, i tuoi amici, e ci nutriamo, ci nutriamo … Ma questo voi che venite da fuori non potete capirlo. Lo si capisce solo quando sei qui, quando sei residente davvero. Ci nutriamo dell’amicizia. Ma, è inutile, non puoi capire, Roberto. Non puoi capire …”
“E Ruffino, il tuo compatriota di Mendoza? Lo vedi anche lui?”
“Sì, viene a trovarmi ogni tanto, ma non è residente. Sai mi parla di te .. ci parliamo e parliamo di te. Si ricorda un sacco di cose che forse tu hai dimenticato. Poi adesso si è trasferita qui la tua fidanzata, la Elba; Elba Carrillo la messicana: te la ricordi? Lei era tornata in Messico, poi non si è mai sposata e alla fine si è trasferita qui. Uno splendore di ragazza e di gentilezza. Ti ricorda sempre con gioia e a lungo abbiamo parlato di te”
“Oh, Fil, che emozione! Ma, scusa Fil, ma qui parlate tutti di me?”
“Ma scusa, e di chi se no. Siamo i tuoi amici, dunque …”
“Ma tutti, proprio tutti … ma dimmi: quanti abitanti fa questo borgo?”
“Ah, questo poi. Se non lo sai tu … a proposito: stavo giusto lavorando sul Saggio che Michel dedica all’amicizia; qualche problema per la traduzione in bulgaro, sai. Vogliamo darci un’occhiata insieme?”
“Ma certo, al lavoro!”
C’è come un’aura pesante che schiaccia la città, ne fa l’atmosfera e tutto pervade. Ti senti legato per sempre e cammini leggero, respiri profondo e vai a colpo sicuro, c’è come una energia positiva che muove tutte le cose ti fa star bene e … e basta così.
Felipe lo ho perso quattro, forse cinque anni fa: infarto fulminante nel cuore della notte e mi dicono “senza alcuna sofferenza apparente”. Ho ricevuto la notizia da un suo amico, per me sconosciuto, dell’Università di Aix en Porvence. È stata una ferita profonda, un risveglio inatteso e doloroso e ci ho pensato più volte con profondo rammarico, ma ora, dopo il nostro incontro, sto molto meglio: tutte le cose sono tornate al loro posto: molecole, particelle, quanti e materia dell’universo intero. Lo ho trovato come sempre in piena forma, disponibile, molto impegnato, generoso. Un vero hidalgo.