Fritjof Putin, che porta l’appellativo di “il Grande”, proprietario e amministratore unico della potente International global entreprise, ha di recente lanciato un appello mondiale per la tutela, la salvaguardia e la conservazione di Managementvillage la città simbolo dell’era del globalizzazione che ci siamo lasciati alle spalle. I sottoscrittori del manifesto, offerto in rete, rivolgono un accorato appello all’UNESCO per l’attribuzione a questa città del titolo di “patrimonio dell’umanità”. Vi invitiamo a prendere visione del testo e a sottoscriverlo. Pubblichiamo qui di seguito una corrispondenza del nostro inviato speciale che ci informa sulla reale situazione di Mangementvillage ormai soggetta a interventi di demolizione sempre più frequenti, sempre più radicali.
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Ha fatto clamore la recente demolizione del magnifico Palazzo FIAT-CRYSLER di Mangementvillage per la cui demolizione controllata si è resa necessaria una procedura violenta e invasiva. L’edificio non solo è stato minato con grandi quantità di esplosivi, ma ha subito preventivi “tagli” sulle colonne portanti, tesi a facilitare il collasso della struttura. Frastuono incredibile, sussulti di tutta la superficie interessata; nessun grave incidente, ma una nube di polvere e di detriti ha interessato una vasta area del centro urbano. Le ristrettezze della municipalità lasciano intendere che gli ingombri stradali e i danni subiti dalle altre strutture certo non verranno sgomberati e riparati a breve. Il responsabile della multinazionale proprietaria dell’immobile, del resto anche l’ultimo suo residente, si è dileguato e ha fatto perdere le sue tracce.
Non è il primo crollo programmato di Mangementvillage e certo non sarà l’ultimo. La verità è che questo splendido gioiello della tecnologia umana, questa città amata, sognata, persino temuta, per la sua ricchezza senza eguali e il suo immenso potere, è in progressivo stato di abbandono da parte degli abitanti. Il processo è irreversibile e rischia di lasciare sul terreno un vasto cumulo di macerie alla mercé di tombaroli, contrabbandieri e mercanti di frodo. Allora più nessuna testimonianza, nessuna memoria, rimarrà del ciclo storico che ci siamo lasciati alle spalle.
Fritjof Putin, proprietario e amministratore unico della potente International global entreprise, ha di recente lanciato un appello mondiale per la tutela, la salvaguardia e la conservazione di Managementvillage la città simbolo dell’era del globalizzazione; il Manifesto è un accorato appello all’UNESCO per attribuire a questa città lo statuto di “patrimonio dell’umanità” in quanto rappresentativa di un modello di sviluppo della civiltà umana.
Il progetto, all’atto della fondazione poco meno di un secolo fa, è stato quello di concentrare, in un’unica comunità urbana, il top management dell’intero pianeta, l’elite delle elites e tutto il pensiero degli eletti ai quali era confidata, in ultima istanza, la gestione del sistema economico e sociale della specie. Cervelli di prim’ordine (e strapagati), supertecnici di tutte le astuzie in grado di generare crescita, lavoro, benessere: insomma i manager di alto profilo e i super manager. L’idea era quella di rendere operante un’intelligenza collettiva di eccellenze del vivere civile, razionalizzare lo sviluppo e garantire l’ordine mondiale per i secoli a venire.
Chi ha sfogliato i libri di storia, sa che il successo fu immediato e strepitoso. Multinazionali, istituzioni finanziarie, università e centri di formazione manageriale, aderirono in massa.
La città crebbe e si popolò in tempi da record, un miracolo e una vera creazione dal nulla. Nacque una macchina perfetta e in grado di rigenerarsi da sé. Un gigantesco orologio e una time line in grado di modellare lo spaziotempo e programmare “storia”, produrla addirittura e produrre la cultura che a sua volta le dà senso e significato. Mangementvillage divenne in breve la capitale dell’intero globo, il centro nevralgico della “Grane Impresa” e cioè del “mondo come impresa”.
Tutte le discipline scientifiche, tutti laboratori e centri di ricerca furono chiamati e impegnati nell’impresa al fine di dominare e governare la complessità crescente del progetto. I cittadini/manager furono selezionasti tramite le più severe procedure di assessment e trasferiti in massa. Ancor oggi esistono fantomatiche liste di attesa per selezioni che non avverranno mai.
I principi ai quali, in superficie, si è ispirata questa mirabile creazione dell’ingegno umano, principi in allora universalmente condivisi e vissuti come articoli di fede, costituiscono il tessuto culturale dal quale il grande progetto ha preso vita. Sono ispirati al pensiero del scientific management o, se si preferisce delle “teorie sistemiche dell’organizzazione globale”. “Selezionare, organizzare, comandare” è la divisa di questa comunità umana che raccoglie in sé la ragione stessa del potere. Lo slogan ovunque presente e proclamato nella città richiama i cittadini alle loro profonde radici e ne assicura l’identità. Li puoi trovare ovunque. Da piazza Leadership, a piazza Globalizzazione, lungo il Viale della Multinazionali”, giù giù, fino al Parco della Grande Selezione, queste parole campeggiano ovunque. Campeggiano sul Mausoleo di Tylor che funge anche da cattedrale. Le vie centrali di Mangementvillage, via Competizione, via Della produzione, via Carriera, ecc. offrono delle varianti di questa divisa: “organizzare è comandare, comandare è organizzare”, ma il cuore pulsante della città, la via Etica dell’Impresa, riassume l’insieme possente di questa filosofia ancestrale: “comandare e basta”. Eroi, guerrieri, atleti. Onore, sacrificio, impegno.
Nel fondo però il mito ispiratore è del tutto ancestrale: il cittadino di Mangementvillage è un Samurai (“colui che serve”), un guerriero al servizio del capo che pratica arti marziali, conosce l’arte della guerra, si nutre di precetti codificati millenni orsono che fanno del lavoro e del senso di appartenenza all’istituzione/impresa una ragione di fede e una permanente crociata.
Ecco dunque il modello socio-culturale che ha dato origine, fissato il destino e i successi di Mangementvillage: selezione rigorosa degli abitanti/manager, addestramento militare, idolatria del conflitto, religione della sottomissione, rispetto del capo e dell’azienda di cui si è al servizio, aspettativa del premio; e, su queste basi creazione, di una ferrea gerarchia “aperta” alla libera competizione che consente la mobilità e flessibilità della gerarchia stessa; funzioni di comando nella trasmissione dei poteri e delle esperienze che consentono la formazione continua dei manager; infine una capacità sempre accresciuta di selezionare. “Ciò che è nell’interesse dell’impresa è nell’interesse della collettività”.
Un cerchio virtuoso e all’apparenza un modello ancorato alla storia e alla realtà della cultura manageriale: insomma “disciplina, ordine, gerarchia”, il segreto del potere. Che siano sequenze o singole parole, infinitamente ripetute come un mantra, sono questi imperativi che tengono vivo e vigile lo stato emozionale dei membri della comunità e costituiscono il veicolo e lo strumento del pensiero e del pensare. Sì, proprio un mantra.
Il rovescio della medaglia, l’anello di retrazione che ha fatto collassare il sistema è lo stress, la frustrazione, la risposta violenta alle aspettative deluse. Insomma la guerra permanente di tutti contro tutti.
Chi ancor oggi si aggira tra gli splendidi edifici, le residenze, i complessi abitativi, per lo più vuoti della città di tutti i manager del mondo, percepisce ancora l’aura di energia psichica di cui si sono nutriti gli abitanti; sente una forza interiore che quasi lo solleva dal suolo, una tensione al potere, al comando, al sacrificio. E la domanda è: come è stato possibile il ciclo negativo, l’abbandono, il ripiegamento rispetto a questo modello di razionalità dell’intelligenza collettiva? Che cosa non ha funzionato?
“Nessun mistero, del resto oggi esistono intere biblioteche che spiegano il fenomeno” mi dice il Supermenger di Mangementvillage, il Presidente e Amministratore delegato Notoruis Marchionne “le cose vanno come vanno e come dovevano andare. Il modello organizzativo non ha retto la sua stessa complessità. Oltre un certo limite entropia e tensioni al collasso non hanno trovato adeguati correttivi. Le funzione caotiche hanno prevalso. Tutto qui!”
“Tutto qui, solo questo?”
“No, sicuramente. I fattori e le variabili sono infiniti e non li controlla, come si è visto, neppure la più sofisticata delle intelligenze artificiali. L’ “intelligenza collettiva mamageriale” ha avuto il doppio ruolo di creatore e distruttore del sistema. Poi non erano state calcolate, ad esempio, l’indice della competitività femminile, le tensioni di genere, il fattore avidità, le tolleranze dei livelli di conflittualità, l’interazione tra tensioni alla leadership e i vincoli affettivi. Per esempio è stato scoperto un anello di retroazione tra gerarchia ed efficienza, tra ordine e mutamento, tra disciplina e pulsioni anarchiche, e così via. Non si è tenuto conto dello stress come fattore epidemico. Ma la fuga da questa città coincide anche con la fine di un vissuto collettivo: la specie umana è incoercibile. È la globalizzazione a base economico-organizzativa che non ha funzionato, prendiamone atto; è il sistema del capitalismo finanziario ad aver fallito lo scopo. Anche qui bisogna prenderne atto. L’idea di governare il mondo attraverso il sistema d’impresa come modello apicale non ha più fondamento. Il sogno di un governo totale del mondo come impresa di produzione ha realizzato una guerra permanente, un conflitto globale senza controlli. Oggi milioni di comunità vivono in uno stato di rigorosa autarchia: che c’è mai da organizzare a livello globale, da selezionare, da comandare? E poi ….”.
“Ma c’è anche dell’altro, Presidente, si dice che, si dice … insomma …”.
“Certo che c’è dell’altro. I manager sono oggi discriminati e perseguitati; come ben sapete, vengono considerati anomali rispetto al sistema delle comunità di base, la superstizione dilagante li definisce antisociali, portatori di disordine, addirittura portatori di una cultura della violenza …”.
“Ma lei crede davvero, Presidente, che la coesione sociale possa reggersi sulla conflittualità, sulla pura ed esclusiva lotta per il potere e su pratiche di tipo marziale … quasi militare?”
“Ma questo è il mondo: è fatto così, siamo fatti così. Continue sfide, scontri, prontezza di riflessi, sacrifici e vittorie, vittorie e sconfitte” c’è una vaga esaltazione nel timbro della voce, una minaccia: “L’uomo supera sé stesso con il potere e solo il potere è il marchio dell’uomo. Se lo ricordi: veri uomini, mezzi uomini, ominicchi e quaquaraqua! Potere, politica, sviluppo e ancora potere: un cerchio virtuoso che hanno spezzato Einsatin e la quantistica. Noi l’abbiamo messa la bando, ma senza successo. La degenerazione pare invincibile …”
“Ma c’è anche di più, Presidente, si dice che, si dice … insomma … perché tacere?”.
“Ho capito! …” il mio interlocutore ha un attimo di disagio, poi di stizza “Ho capito, sì. La solita storia … “an-tro-po-fagia!”. Ma queste sono fandonie, leggende metropolitane, non c’è una prova che sia una. Fantasie, parole e calunnie. L’idea che la conflittualità tra i nostri cittadini abbia raggiunto punte elevate, e che anche queste tensioni siano state causa di disgregazione sociale, può essere vero e forse lo è. Sì, c’è stata un’implosione. Ma l’idea che questo clima, divenuto obbiettivamente violento, sia anche stato causa di quella degenerazione a cui lei fa riferimento, questo poi …”
“Ma, ci sono aggressioni notturne, guerre per bande tra manager, dirigenti, general manager, supermanger … molti cittadini sono scomparsi …”
“Se ne sono andati, hanno abbandonato la città, tutto qui. E girano disperati, anche violenti … questo è vero, ma che il malessere sociale, il crollo degli ideali e dei comportamenti, gli eccessi nella volontà di potenza dei nostri manager abbiano aperto la strada addirittura a pratiche di antropofagia, questo davvero lo escludo. Forse … magari … chi lo sa? Forse qualche rito abnorme al momento delle grandi ristrutturazioni d’impresa, in occasione della distribuzione dei bonus aziendali o, che so io … a seguito delle tempeste assembleari o di CDA particolarmente combattuti … che ne so? L’irrigidimento delle procedure di selezione e di avanzamento in carriera, hanno certo creato un clima di alta ostilità tra i cittadini. Ma … ma non esistono prove. No, proprio no. Il luogo comune che si siano “divorati a vicenda” è solo una metafora. E poi, davvero, mi ascolti lei che viene da fuori: ormai è storia passata, passata. Tutto finito. Non c’è che da sperare nel Grande Putin, il Signore dei magnati, l’Oligarca degli oligarchi”.