Il parco archeologico che porta il nome di Paris, è immerso nella più fitta ed ecologica vegetazione, attraversato e agitato da comitive turistiche, orde di pellegrini, tribù di nomadi che giungono dai campi i più lontani. Gli storici sono divisi e non sembra esistano testimonianze convincenti della pratica di antichi riti selvaggi da parte degli originari abitatori del luogo. Ma che il luogo rechi in sé una sorta di energia negativa, una maledizione capace di suscitare profonde emozioni non vi è ombra di dubbio. Come spiegare altrimenti i sacrifici, i rischi, i disagi e le fatiche che spingono ogni giorno migliaia di pellegrini e visitatori a compiere viaggi di settimane e mesi per prendere coscienza degli orrori di tutto un passato dell’umanità?

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Ora che la totocrazia governa il pianeta e ha disseminato ovunque le comunità che chiamiamo “unità ecologiche globali” o più semplicemente “campi”, della civiltà che ha accompagnato l’era della globalizzazione non resta ricordo alcuno. Le rovine della vecchia civiltà urbana non interessano a nessuno; si perdono all’occhio sotto il maestoso manto di vegetazione che sancisce un rinnovato patto tra uomo e natura. I rari esploratori neppure ne conoscono i nomi e l’unica reliquia di tutto un passato di barbarie fortunatamente sepolte è appunto quel che rimane della monumentale conurbazione di Paris.

Il punto di vista degli archeologi è ormai unanime: in tempi remoti questa città era certo la più grande conurbazione del vecchio continente eurasiatico. Lo certificano le immense rovine che si estendono per decine di chilometri quasi al centro di quel complesso geologico che ancor oggi gli specialisti chiamano “Europa occidentale”. Il luogo è imponente, fantastico e, per certi aspetti, inquietante e tenebroso; non si stenta a credere che, al massimo della sua espansione, quest’area urbana potesse ospitare anche cinquanta milioni di abitanti. 

Oggi il parco archeologico, immerso nella più fitta vegetazione, è attraversato e agitato da comitive turistiche, orde di pellegrini, tribù di nomadi che giungono dai campi i più lontani. I residenti sono del tutto invisibili: si tratta di bande di scavatori di frodo alla ricerca di antichi cimeli e cianfrusaglie di ogni sorta buone solo per la felicità dei visitatori creduloni e di originali collezionisti. Un commercio abusivo di reliquie che nulla hanno di sacro.

Gli argini del fiume che attraversa il complesso monumentale sono crollati e il centro della città è parzialmente sommerso. La palude si estende in un susseguirsi di stagni putridi e laghi che risentono dei regimi stagionali dell’idrografia fluviale. Nondimeno due torri monumentali in pietra bianca, che le guide definiscono “torri gotiche”, svettano bianche dal fango e dalle acque per stupire lo sguardo. Domina il paesaggio, inselvatichita dalla vegetazione, una collina incoronata dai ruderi di tre cupole rivestite da giganteschi rampicanti che la divorano. Forse proprio per questo le vestigia hanno preso il nome di “montagna dei martiri”.

All’orizzonte si può ancora vedere una gigantesca ragnatela di ferro spinta verso il cielo per un centinaio di metri: “la torre”. Il sole, al tramonto, trasforma la ruggine di questa incredibile e misteriosa struttura in oro rilucente. Una vera magia ecologica, secondo le guide. Non c’è che stupirsi.

Quando, nella stagione secca, le acque si ritirano, è possibile vedere lunghissimi porticati, tracce di ampie strade rettilinee, vaste piattaforme in pietra circondate da solide rovine che sfidano il tempo. Le nubi candide e in continuo movimento, portano il sole e carezze di piogge sottili che fanno la dolcezza del clima.

Ma il santuario, il luogo di culto, la meta di ogni viaggiatore, e che “vale il viaggio”, è proprio una piattaforma di pietra di vaste dimensioni al pelo dell’acqua; un enorme trapezio che può ospitare migliaia di pellegrini. Qui la leggenda vuole si sia consumato un rito terrificante: la decapitazione di migliaia di esseri umani in omaggio a una sorta di religione (un pensiero unico e universalmente condiviso) che portava il nome di “democrazia”. I cantastorie e le guide improvvisate raccontano che proprio qui, su queste pietre ora lavate e purificate dal fiume, sia caduta persino la testa di un sovrano innocente e pio. Gli animatori imitano le urla di gioia fanatica degli spettatori di un tempo, la trance collettiva, la depravazione antropofaga di un popolo moralmente corrotto dedito al culto di una mostruosa trinità: la libertà, l’uguaglianza, la fratellanza. Non per nulla questa piattaforma porta il sinistro nome di “piazza della concordia” che suscita nel visitatore un compiaciuto orrore.

Gli storici sono divisi e non sembra esistano testimonianze convincenti di questi antichi riti selvaggi. Ma che il luogo rechi in sé una sorta di energia negativa, una maledizione capace di suscitare profonde emozioni non vi è ombra di dubbio. Come spiegare altrimenti i sacrifici, i rischi, i disagi e le fatiche che spingono ogni giorno migliaia di pellegrini e visitatori a compiere viaggi di settimane e mesi per prendere coscienza degli orrori di tutto un passato dell’umanità? Come spiegare le possessioni isteriche che conducono i visitatori ad atti di blasfemia in forza dei quali ripetono la parola “rivoluzione” o “libertà” come un mantra liberatore? 

Oggi le leggi della Totocrazia quasi impongono questo viaggio verso le tenebre del passato. Ben pochi possono sottrarsi al pellegrinaggio in nome di una collettiva espiazione.

Pellegrini e visitatori curiosi tornano poi, fieri di una accresciuta consapevolezza, ai loro “campi totocratici” dispersi a decine di migliaia su tutto il pianeta. Sono ecosistemi protetti, rispettosi di quella “ecologia del profondo” che ha rimodellato l’uomo nel rapporto vero con la sua stessa natura: l’uomo totale.

In genere prendono il nome di “campi olistici”, “campi di accoglienza”, di “ospitalità protetta”, “campi di lavoro”, “campi di annullamento individuale”. 

Alcune di queste enclaves della Totocrazia hanno assunto nomi di fantasia che si impongono nell’immaginario collettivo e fanno l’orgogliosa identità dei loro abitanti. Alcuni filologi sospettano che addirittura questi nomi svelino il senso e il sogno di comunità ancestrali. Si chiamano Buchenwald, Mauthausen, Treblinka, Dachau, … e nel profondo del popoloso continente eurasiatico sono ormai migliaia e in piena espansione.

Dato il loro prodigioso sviluppo, un censimento e una geografia di questi campi ecologici, risulta, per ora, impossibile. È certo però che sono la solida “rete” del nostro mondo presente, il “mondo nuovo”.