La monografia di Italo Mose, Al-Venissahar e Venezia: nuove piste di ricerca, è fresca di stampa, ha suscito interesse e qualche polemica tra urbanisti, storici, geografi eruditi e curiosi di tutte le discipline. Che relazione esiste tra il sistema palustre a nord del Mediterraneo che ospitava la Venezia delle leggende e l’insediamento turistico-finanziario che oggi porta il nome di Al-Venissahar? Italo Mose avanza stimolanti ipotesi che, a suo dire, sono verità rivelate. L’opera, in sei corposi volumi, è di facile lettura e va letta. Ne offriamo qui una scheda essenziale.
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Delle glorie del millenario passato di questa città, se poi davvero vi è stato, oggi più nulla rimane. L’odore di cose antiche è stato sostituito dai miasmi di canali e paludi in continua mutazione e minacciate dall’emergere del sedimento dei rifiuti.
Il condizionale è di rigore e le informazioni sono incerte, a volte improbabili. Si dice che i tentativi compiuti nel corso dei secoli per metterla la riparo dagli effetti devastanti delle piene fluviali e delle maree mediterranee son tutti falliti. Il cambiamento climatico del pianeta ha fatto il resto, e il nome di quella che un tempo era certo la città d’acqua più celebrata del mondo, sta ora a designare un vasto ecosistema, in perfetto equilibrio, che ospita ogni sorta di fauna e flora in via di costante mutazione e rigenerazione.
La topografia è mobile e non esistono mappe o carte nautiche aggiornate per fissare rotte e percorsi in grado di guidare i viaggiatori. Le navi di linea e anche quelle di pur modesto tonnellaggio non possono navigare questo incontaminato universo: solo zattere di fortuna, barconi, canoe e scialuppe di salvataggio possono avventurarsi nei labirinti della grande palude.
Proprio questa specificità ambientale ha segnato il destino urbano, se così lo volgiamo chiamare, che curiosamente ha preso il nome di “grande orizzonte”, una linea ideale di confine che segna il passaggio tra i “paesi del mare” e i “paesi del continente”.
Il sistema di comunicazioni, il sistema economico e quindi le particolarità sociopolitiche e culturali delle comunità locali è nella mani di ardimentosi navigatori che assicurano la rete mobile e in continua evoluzione dei trasporti marittimo-fluviali. Si tratta di una corporazione, gelosa della sua autonomia e del suo potere, che porta il nome di “scafisti”. Solo loro sanno avventurarsi tra isole di rifiuti, bassi fondali, acque alte, relitti erosi e nascosti dal tempo; solo loro sanno doppiare le insidie di squali, alligatori e anaconde che il clima tropicale nutre e feconda.
Il “grande orizzonte” ospita, infatti, una quantità di comunità in costante, vitale movimento ammassate sulle lingue di terra che provvisoriamente, e a volte periodicamente, emergono dai bassi fondali e per lo più vivono conficcate su palafitte fragili e provvisorie. Una demografia impossibile da valutare, che neppure i più sofisticati satelliti rendono visibile.
Tuttavia è opinione universalmente condivisa che, per immemorabile tradizione, Venezia sia la “sublime porta” di accesso tra Oriente e Occidente, un nodo strategico per lo sviluppo della specie umana a livello planetario. Gli abitanti dell’area si definiscono “migranti” e la lingua ufficiale, che ben pochi praticano, è un dialetto slavo contaminato da espressioni e vocaboli arabi. Del resto gli abitanti non si parlano tra loro e vivono nell’attesa dei loro trasferimenti verso luoghi più stabili e meno volatili. Potremmo definire questo esclusivo complesso urbano come una “città provvisoria” o “fluttuante”, un “sistema dissipativo” o un modello di socialità a “collasso controllato”.
Delle origini e delle vicende storiche di questa imprevedibile città, non si sa nulla.
I cantastorie, gli aedi e gli attori di strada offrono epopee, racconti e azioni drammatiche seducenti, oggetto di studio da parte degli esperti disciplinari. Taluni di questi miti delle origini raccontano di una remota fondazione da parte degli Sciiti in fuga dal Medio Oriente; altri narrano di una migrazione di massa dalla Siberia e dell’Asia centrale quando una lingua di terra per qualche tempo congiunse l’universo della plaudi al continente; altri ancora fanno risalire il popolamento all’arrivo, in ere geologiche remote, di gruppi di ominidi in marcia dall’Africa sud orientale. Non mancano poi i miti fantastici e misteriosi che fanno risalire la città ad una invasione extraterreste. Come spiegare altrimenti le migliaia di cassoni di metallo sparsi ovunque e che emergono puntualmente nelle zone di secca?
In ogni caso Venezia, o meglio il “grande orizzonte” è nelle mani di mercanti, briganti, esploratoti, scafisti, poeti, usurai e artisti che, da sempre, avrebbero fatto la classe dirigente delle comunità palustri. Ad essi si deva quel po’ di ricchezza che circola di villaggio in villaggio, di canale in canale e il rigoroso governo dell’ordine ecologico che regge l’intero sistema. Su questo tutti i miti delle origini sono concordi. Non per nulla questi operatori sociali vengono identificati con bizzarri nomi all’oggi del tutto incomprensibili: patrizi, oligarchi, magnati, tangentocrati, dogi.
Quanto poi alle stravaganti costruzioni che, di tanto in tanto, emergono al finire delle acque alte e paiono rovine, l’opinione prevalente e i canti popolari le considerano un prodotto naturale dell’ecosistema, una forza creatrice della natura stessa nella quale non vi può essere traccia di mano umana.
Ma proprio qui nasce il problema e si incentra il dibattito dei pochi curiosi dediti alla memoria di un incerto e remoto passato. Qui si può apprezzare la ricerca di Italo Mose che rovescia le carte in tavola. L’autore ci offre infatti una controstoria o, se si preferisce, una matrice narrativa del tutto diversa.
Tutti conoscono Al-Venissahar, la splendida città d’acqua sulle rive del Golfo persico. Palazzi che si affacciano su canali artificiali, piazze, isole sparse tutte dotate di una loro identità, musei, biblioteche, case da gioco, teatri, centri estetici e di meditazione, case d’appuntamenti, night, alberghi e ville favolose. Palazzi che hanno nomi esotici fatti per nutrire l’immaginazione: C’ d’Oro, Palazzo Ducale, Ca’ Da Mosio, Ca’ Vendramin, Rzzonico, Minella, Giustinian; Casino Venier … Anche il nome dei luoghi sembra evocare archetipi dell’inconscio collettivo: Canal Grande, di Cannareggio, della Giudecca, Gronda lagunare, Riva degli Schiavoni … e così via.
Al-Venissahar è un paradiso del lusso che richiama una clientela internazionale; un luogo protetto e difeso per la elite delle elites. Aeroporti, moli e porti turistici, immaginati per il massimo del conforto e dell’ospitalità, sono il piacere dei turisti occasionali e dei residenti. Quei palazzi galleggianti che sono le navi da crociera attraccano a decine per la gioia dei turisti di tutto il mondo. Feste, festival, stagioni teatrali, campionati mondiali di ogni genere di sport alla moda.
Neppure Al-Venissahar ha un’origine certa e della sua vera storia non si cura nessuno, ma qui la documentazione raccolta da Italo Mose sembra offrire qualche pista oggi allo studio.
A detta di Italo Mose, anche se gli esperti sono tra loro divisi e in perenne conflitto accademico, Al-Venissahar trarrebbe il suo nome proprio da “Venezia” e questa relazione filologica trova anche la su spiegazione e può svelare un segreto.
Venezia sarebbe davvero esistita, avrebbe avuto una storia davvero gloriosa e millenaria, fino a divenire un paradigma della civiltà a livello planetario e un vero patrimonio dell’umanità intera diffuso nell’immaginario collettivo.
Nel corso del XXI secolo, tuttavia, il degrado urbano, ecologico e sociale, avrebbe raggiunto un punto di non ritorno, la mutazione climatica del pianeta avrebbe poi sconvolto da cima a fondo il fragile e vetusto tessuto urbano. E così, un gruppo di imprenditori e finanziari coraggiosi avrebbe dato corso al “trasferimento globale” e alla replica della città di un tempo salvandone il nome e riproponendone una copia perfetta. Un’operazione di “trapianto” turistsco-museale che solo le più accurate e sofisticate tecnologie e i giganteschi finanziamenti hanno reso possibile.
A ben guardare, del resto, alcuni caratteri di Al-Venissahar ricordano il mitico passato di Venezia. Oggi questa splendida città è abitata da banchieri, usurai, mercanti senza scrupoli, avventurieri, evasori fiscali e dirigenti della criminalità organizzata. Al-Venissahar è, come tutti sanno, una della capitali mondiali del gioco d’azzardo, del traffico internazionale di armi, opere d’arte, droghe, commercio di esseri umani.