Lo sappiamo. Non è più il tempo di utopie o distopie, la realtà multiforme delle reti della vita che distorcono lo spaziotempo, supera le fantasie e i sogni, i più misteriosi e audaci. Da quando, un paio di secoli fa, si è concluso il processo di globalizzazione economico-finanziaria del pianeta, Gaia ha vinto la sua difficile partita e tutti gli organismi viventi agiscono e si rigenerano in piena armonia. Anche la specie umana ha ritrovato il suo equilibrio e la sua ragione di esistere. Della storia, delle radici profonde e ancestrali che ci hanno portato fin qui, nessuno più si cura: poiché questo è il migliore dei mondi possibili, perché mai curarsi delle vicende complesse e misteriose che ne hanno determinato la fondazione? 

La “storia universale” si è ormai compiuta e con essa anche la “storia”, manifestazione della volontà di potenza dell’uomo occidentale, è finita. Dall’antropocentrismo siamo, progressivamente e inavvertitamente, passati all’ “impronta antropica” universale. 

Le innumerevoli unità ecosistemiche oggi disperse sul pianeta sono il frutto del superamento di tutto quanto, per qualche secolo, abbiamo definito “processo globale” di mondializzazione della cultura umana, della tecnologia, del potere a tutti i livelli. Dal paradigma “storia, politica, sviluppo che ha fondato e tenuto in vita il comune sentire della modernità, si è inavvertitamente scivolati al paradigma della globalizzazione trionfante: “collaborazione, organizzazione, innovazione”. Oggi è il paradigma quantistico a governare il mondo nuovo: “granularità (frantumazione), indeterminismo (probabilità), interrelazionalità (energia diffusa).  

Un processo di frantumazione e diversificazione ha generato l’infinito pluralismo ambientale, geopolitico e culturale del nostro presente, l’unica dimensione temporale nella quale ci è dato vivere. L’ “io” individuale si è sciolto nella totalità, si è definitivamente ricongiunto alla natura e alla vita nella sua ricchezza infinita. Gli Stati non esistono più e anche le città, le grandi “metropoli” di un tempo, il prodotto più naturale ed elevato della cultura umana, sono scomparse. I poteri sovra e multinazionali si sono sciolti insieme al modello di impresa. Del processo di urbanizzazione universale del XXI secolo non restano che incerti ricordi tenuti in vita da epopee, leggende e narrazioni, di aedi e cantastorie. Anche la socialità umana, i linguaggi e i sistemi di comunicazione, hanno rimodellato la fisiologia dell’homo sapiens e questa, a sua volta, interagisce con l’ambiente. Vi è un processo di coevoluzione tra psiche e tecne che della complessità ha fatto la totalità.

Per questo la geografia del “mondo nuovo”, il mondo vero, è impossibile; impossibile censire l’insieme di unità sociali, organizzazioni ecologiche, esclusive culture ambientali che giustificano il continuo rinnovamento di Gaia e dei suoi ospiti. Aggirandosi tra le immense rovine della “storia” passata, ormai conquistate e coperte dalla rinascita della natura, i pochi viaggiatori sono destinati a perdersi e molti neppure fanno ritorno.

Tuttavia qualche rara testimonianza può consentire, ai curiosi e ai perdigiorno, di tracciare una geografia del tutto immaginaria di quel vasto e misterioso processo di transizione che, nel giro di un paio di secoli, ci ha portato al presente. Sono racconti, ancor più che testimonianze, di difficile interpretazione, storie di “città possibili”, tessere di un mosaico appena svelato al quale molte altre certo se ne possono aggiungere.

Lasciamo ai nostri lettori il compito di scoprire, esplorare e raccontare altre città possibili. La nostra investigazione è arrivata fin qui. Questo è solo il breve percorso di un lungo cammino,

E quindi, in viaggio!