Ben oltre le più favolose previsioni all’atto della sua fondazione, Expo2015 è ormai divenuta una popolosa città e richiama 70 milioni di visitatori ogni anno da tutto il mondo. Un numero in costante, incredibile aumento. I visitatori, prenotano con anni di anticipo, le code all’ingresso del parco alimentare durano giorni e, benché i padiglioni siano aperti 24 ore su 24, il flusso delle presenze crea continui problemi di ordine pubblico. A questi si aggiungono i quotidiani collassi dei clienti inebetiti dalla bulimia gastronomica. Medici e infermieri, pronti soccorso lavorano anch’essi giorno e notte, notte e giorno.
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Oggi Expocity non ha più nulla del quartiere fieristico predisposto in fretta e furia per una episodica Esposizione Universale del lontano 2015.
A quarantenni dalla sua fondazione EXPO2015 è divenuta, come appunto si definisce ed è ovunque nota, una vera città aperta, ha conquistato nuovi spazi e alla fine, il termine è appropriato, ha “divorato” la città stessa che la ospitava: Milano un’operosa comunità dedita all’industria. Il vecchio sistema urbano, anche lui, è radicalmente mutato nel tempo: Milano è divenuta una “città dell’accoglienza”. A parte gli innumerevoli alberghi, i bed and braekfast che hanno ridisegnato tutta la geografia e l’economia cittadina, nuovi quartieri di case mobili, concentrazioni immense di campi di vecchie roulottes e camper abbandonati, interi quartieri di chalet e capanne che sorgono nel cuore della notte per poi scomparire dissolti dal sole e dalla pioggia, disordinati raggruppamenti di chalet impiantati su palafitte provvisorie, tutta la pianura, a perdita d’occhio è un mare di campeggi multicolore.
Il disordine devastato dell’area urbana, si riflette e interagisce con le strutture di Expocity. Dal punto di vista del disegno architettonico e dell’impianto urbano, quel che un tempo era EXPO2015 altro non è che un insieme di capannoni industriali. A vederli c’è da star male: 274 parallelepipedi di cemento grigio ammassati e tagliati da strade e viottoli infangati dopo ogni giorno di pioggia. Molti altri se ne aspettano e i nuovi arrivati hanno tempi di attesa proibitivi.
Ma è proprio questo caos apparente che certifica la storia della città: una storia di successo e di successo internazionale.
Ben oltre le più favolose previsioni all’atto della sua fondazione, Expocity richiama 70 milioni di visitatori ogni anno da tutto il mondo. Un numero in costante, incredibile aumento.
Il fatto è che la città si è imposta a livello planetario non solo come l’ultimo e l’unico marchio del Made in Italy, ma ha materializzato nell’immaginario collettivo il Bengodi di buona memoria e del Paese di Cuccagna; ha realizzato il sogno e la pratica della grande abbuffata e dell’incondizionato accesso ai beni di consumo alimentari. Appagato emozioni e tensioni ancestrali.
A fronte dei dati è incontrovertibile affermare che Expocity nutre davvero il pianeta. Visitare Expocity e mangiare i cibi offerti da tutte le cucine del mondo è un pellegrinaggio rituale e universale.
Nessun cuoco al mondo può permettersi di ignorare la città del cibo; 15/20.000 chef si danno periodici appuntamenti nella città; gli chef quattro stelle solo qui presentano i loro nuovi menù, le creazioni di primavera, d’estate, d’autunno e di inverno. Parte da qui l’innovazione bioalimentare e si impone ovunque. Le competizioni hanno la risonanza mediatica dei mondiali di calcio e i brevetti delle composizioni culinarie vengono licitati in aste internazionali che nessuno si sogna di perdere.
I visitatori, che vengono anche dalle zone più remote del mondo, prenotano con anni di anticipo, le code all’ingresso durano giorni e, benché i padiglioni siano aperti 24 ore su 24, il flusso delle presenze crea continui problemi di ordine pubblico. A questi si aggiungono i quotidiani collassi dei clienti inebetiti dalla bulimia gastronomica. Medici e infermieri, pronti soccorso lavorano anch’essi giorno e notte, notte e giorno.
Senza il biglietto d’ingresso non si può entrare in città (la sorveglianza è ferrea e rigorosa), ma il biglietto è gratuito ed è questo il formidabile incentivo, l’ “eureka” che fa la fama e la fortuna di Expocity. L’idea di una definitva liberazione dal bisogno alimentare, dell’offerta senza limiti di cibo, esalta e sprona ricchi e poveri, ghiottoni e membri di accademie culinarie, maschi e femmina, vecchi e giovani. Nessuno, in nessuna parte del mondo, può resistere a questo millenario richiamo. Soprattutto la piazza è invasa dai disperati extracomunitari che, trasferiti da loschi mercanti di vite umane, bivaccano ovunque, e vivono in clandestinità alla vorace ricerca di cibo
Per ora il business lo fanno i “padroni del cibo”, le multinazionali della produzione alimentare che presentano e promuovono qui i loro prodotti (materie prime e surgelati), lo fanno le agenzie turisitche che spremono fino all’osso di turisti/visitatori e le compagnie aree che muovono milioni di passeggeri nei dodici aeroporti dell’area. Anche se, inutile negarlo, la quota più significativa del fatturato globale è “al nero”, sommersa e nelle mani di organizzazione clandestine. Ma, forse proprio per questo, la richiesta di spazio per lavorare all’interno della città è incessante. Catene di ristorazione e singoli ristoratori premono per avere un posto al sole, qualche metro quadro, anche un posto all’aperto.
Lo sviluppo incontrollato della città, allarma il governo e l’intera nazione, e allo studio c’è un mega progetto. Dopo quarant’anni dall’esperienza veneziana del Mose che ha stupito il mondo, i poteri centrali e locali hanno avanzato l’ipotesi di un intervento sulle grandi infrastrutture. Una rivoluzione.
L’idea allo studio è quella di tracciare una strada rettilinea di cinquanta chilometri, una strada mobile di otto corsie, quattro in andata e quattro in ritorno; ai due mense di continuo imbandite, che prenderanno il nome di “tavola del grand gourmet” esporranno in continuazione il cibo offerto da tutti i gastronomi del mondo. Si calcola che visitatori potranno in cinque/sei ore apprezzare, lungo il percorso, le degustazioni in un continuo crescendo pantagruelico. Giunti alla fine del percorso di andata, gli ospiti potranno ritornare all’indietro per un ulteriore, gigantesca abbuffata. Il traffico, così regolamentato, potrebbe soddisfare lo smaltimento di circa un milione di ghiottoni ogni 24 ore. Sarebbe davvero il compimento del progetto Expocity, un modello innovativo per l’umanità intera.
La fattibilità è in corso d’opera presso il Ministero delle Infrastrutture e dello Sviluppo economico, il business plan allo studio, gli appaltatori in agguato. E davvero Expocity potrà “nutrire il pianeta”.